Io E Te Ammaniti Pdf Scarica Gratis

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Un parrucchiere anarchico, poco incline all'ascolto delle clienti e molto a gestire taglio e colore in assoluta libertà.

Il primo ragazzo a essersi rivolto a lei chiamandola gentilmente "signora". Un ex fidanzato La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all'altro, silenzio, tempo e misura. Lo sa bene Paolo Cognetti, che tra una vetta e una baita ambienta questo potentissimo romanzo.

Una storia di amicizia tra due ragazzi - e poi due uomini - cosí diversi da assomigliarsi,

Lui è figlio di un pastore psicopatico, è introverso, sognatore, e la vittima preferita dei bulli del paese. Graziano Biglia è tornato a Ischiano, con la sua fama di chitarrista sciupafemmine e il cuore spezzato da una cubista. Qui conosce la professoressa Flora Palmieri, una donna sola e misteriosa che ha rinunciato alla propria vita per prendersi cura della madre. Una folla di creature strambe e grottesche si muove attorno ai protagonisti, come nella scia di un vento elettrico e vorticoso.

Prima di iniziare a scrivere, si iscrive al corso di laurea in Scienze Biologiche, ma interrompe gli studi prima di conseguire la laurea. Pubblica il suo primo romanzo nel , con la casa editrice Ediesse. Mi piaceva fare finta di amare gli altri.

Poche settimane dopo l inizio della terapia ho sentito i miei parlare sottovoce in salotto. Sono andato nello studio. Ho tolto dei volumi dalla libreria e ho messo l orecchio contro il muro. Per lui tutto quello che è fuori dalla sua cerchia affettiva non esiste, non gli suscita nulla.

Crede di essere speciale e che solo persone speciali come lui lo possano capire. Che questo Masburger è un vero coglione. Non ho mai visto un ragazzino più affettuoso di nostro figlio.

Lorenzo pensa che noi siamo le persone speciali e tutti gli altri li considera non del suo livello. Questo ci sta dicendo il professore? Mio padre è scoppiato a ridere. Per fortuna. Pensa se avesse il sé micragnoso. Basta, leviamolo dalle mani di questo incapace prima che gli incasini il cervello davvero. Lorenzo è un bambino normale. Piano piano ho capito come comportarmi a scuola. Mi confondevo come una sardina in un banco di sardine.

Mi mimetizzavo come un insetto stecco tra i rami secchi. E ho imparato a controllare la rabbia. Ho scoperto di avere un serbatoio nello stomaco, e quando si riempiva lo svuotavo attraverso i piedi e la rabbia finiva a terra e penetrava nelle viscere del mondo e si consumava nel fuoco eterno.

Ora nessuno mi rompeva più. Alle medie sono stato mandato al St Joseph, una scuola inglese popolata da figli di diplomatici, di artisti stranieri innamorati dell'italia, manager americani e italiani facoltosi che si potevano permettere la retta.

Li erano tutti fuori posto. Parlavano lingue diverse e sembravano in transito. Le femmine se ne stavano per conto loro e i maschi giocavano a calcio su un grande prato di fronte alla scuola. Mi sono trovato bene. Ma i miei genitori non erano contenti. Dovevo avere degli amici.

Il calcio era un gioco cretino, tutti a rincorrere una palla, ma era quello che piaceva agli altri. Se imparavo quel gioco era fatta. Avrei avuto degli amici. Ho preso coraggio e mi sono messo in porta, dove nessuno voleva mai stare e ho scoperto che non era poi cosi schifoso difenderla dagli attacchi nemici.

C era un certo Angelo Stangoni che quando prendeva la palla nessuno riusciva più a togliergliela. Arrivava come un fulmine davanti alla porta e tirava botte fortissime. Un giorno lo buttano giù con un calcio. Io mi metto al centro della porta. Lui prende la rincorsa. Difendere la Terra da un meteorite mortale. Mi ricordo che i miei compagni mi abbracciavano ed era bello perché credevano che ero uno di loro.

Mi hanno messo in squadra. Ora avevo dei compagni che mi chiamavano a casa. Dicevo di andare dagli amici ma in realtà mi nascondevo da nonna Laura. Abitava in un attico vicino casa nostra con Pericle, un vecchio basset hound, e Olga, la badante russa. Passavamo i pomeriggi a giocare a canasta. Lei beveva Bloody Mary e io succo di pomodoro con il pepe e il sale. Avevamo fatto un patto: lei mi copriva sulla storia degli amici e io non dicevo niente dei Bloody Mary.

Ma le medie sono finite in fretta e mio padre mi ha chiamato nello studio, mi ha fatto sedere su una poltrona e ha detto: - Lorenzo, ho pensato che è ora che vai a un liceo 15 pubblico.

Basta con queste scuole private di figli di papà. Dimmi, ti piace di più la matematica o la storia? Ho dato un occhiata a tutti i suoi libroni sugli antichi egizi, sui babilonesi, disposti in ordine nella libreria.

Mi ha dato una pacca soddisfatta. Vedrai, il liceo classico ti piacerà. Quando, il primo giorno di scuola, sono arrivato davanti al liceo pubblico per poco non sono svenuto. Quello era l inferno in terra. C erano centinaia di ragazzi. Sembrava di stare all entrata di un concerto.

Alcuni erano molto più grandi di me. Pure con la barba. Le ragazze con le tette. Tutti sui motorini, con gli skate. Chi correva. Chi rideva. Chi urlava. Chi entrava e usciva dal bar. Uno si è arrampicato sopra un albero e ha appeso lo zaino di una ragazza su un ramo e quella gli tirava le pietre. L ansia mi toglieva il respiro. Mi sono appoggiato contro un muro coperto di scritte e disegni.

Perché dovevo andare a scuola? Nasci, vai a scuola, lavori e muori. Chi aveva deciso che quello era il modo giusto? Non si poteva vivere diversamente? Come gli uomini primitivi? Come mia nonna Laura, che quando era piccola aveva fatto la scuola a casa e le insegnanti andavano da lei.

Perché non mi lasciavano in pace?

Perché dovevo essere uguale agli altri? Perché non potevo vivere per conto mio in una foresta canadese? Io ho il sé grandioso, ho sussurrato, mentre tre bestioni che si tenevano a braccetto mi spingevano via come fossi un birillo: - Sparisci, microbo. In trance ho visto le mie gambe rigide come tronchi che mi portavano in classe. Mi sono seduto al penultimo banco, vicino alla finestra, e ho cercato di rendermi invisibile. Ma ho scoperto che la tecnica mimetica in quel pianeta ostile non funzionava.

I predatori in quella scuola erano molto più evoluti e aggressivi e si muovevano in branco. Qualsiasi stasi, qualsiasi comportamento anomalo, era immediatamente notato e punito.

Mi hanno messo in mezzo. Mi hanno preso in giro per come mi vestivo, perché non parlavo. E poi mi hanno lapidato a colpi di cancellino. Imploravo i miei genitori di farmi cambiare scuola, una per disadattati o sordomuti sarebbe stata perfetta. Trovavo ogni scusa per rimanere a casa. Non studiavo più. In classe passavo il tempo a contare i minuti che mi restavano per uscire da quel carcere. Una mattina ero a casa per un mal di testa finto e ho visto in televisione un documentario sugli insetti imitatori.

Da qualche parte, ai tropici, vive una mosca che imita le vespe. Ha l addome a strisce gialle e nere, le antenne e gli occhi sporgenti e ha anche un pungiglione finto. Non fa niente, è buona. Ma, vestita come una vespa, gli uccelli, le lucertole, persino gli uomini la temono. Avevo sbagliato tutto. Ecco cosa dovevo fare.

IO E TE: RIASSUNTO

Imitare i più pericolosi. Mi sono messo le stesse cose che si mettevano gli altri. Le scarpe da ginnastica Adidas, i jeans con i buchi, la felpa nera con il cappuccio. Mi sono tolto la riga e mi sono fatto crescere i capelli.

Volevo anche l orecchino ma mia madre me lo ha proibito. In cambio, per Natale, mi hanno regalato il motorino. Quello più comune.

Camminavo come loro. A gambe larghe. Buttavo lo zaino a terra e lo prendevo a calci. Li imitavo con discrezione. Da imitazione a caricatura è un attimo. Durante le lezioni me ne stavo al banco facendo finta di ascoltare, ma in realtà 16 pensavo alle cose mie, mi inventavo storie di fantascienza. Andavo pure a ginnastica, ridevo alle battute degli altri, facevo scherzi idioti alle ragazze. Un paio di volte ho anche risposto male ai professori. E ho consegnato il compito in classe in bianco.

La mosca era riuscita a fregare tutti, perfettamente integrata nella società delle vespe. Credevano che fossi uno di loro. Uno giusto. Quando tornavo a casa raccontavo ai miei che a scuola tutti dicevano che ero simpatico e inventavo storie divertenti che mi erano successe.

Ma più inscenavo questa farsa più mi sentivo diverso. Il solco che mi divideva dagli altri si faceva più profondo. Da solo ero felice, con gli altri dovevo recitare. Questa cosa, alle volte, mi impauriva. Avrei dovuto imitarli per tutto il resto della vita?

Era come se dentro di me la mosca mi dicesse le cose vere. Mi spiegava che gli amici ci mettono un attimo a dimenticarsi di te, che le ragazze sono cattive e ti prendono in giro, che il mondo fuori di casa è solo competizione, sopraffazione e violenza. Una notte ho avuto un incubo da cui mi sono svegliato urlando. Scoprivo che la maglietta e i jeans erano la mia pelle e le Adidas i miei piedi.

E sotto la giacca dura come un esoscheletro si agitavano cento zampette da insetto. Tutto è filato più o meno dritto fino a quando, una mattina, ho desiderato per un istante di non essere più una mosca travestita da vespa, ma una vespa vera.

Poi poco prima che suonasse la campanella mi rimettevo al mio banco e mi mangiavo la pizza bianca con il prosciutto, la stessa che compravano tutti dal bidello. In classe c era la solita battaglia del cancellino.

Due schiere che si fronteggiavano tirandoselo contro. Se mi avessero colpito, avrei risposto cercando, se possibile, di non beccare nessuno per non scatenare rappresaglie. Dietro di me era seduta Alessia Roncato.

Parlava fitto fitto con Oscar Tommasi e scrivevano una lista di nomi su un foglietto. Cos era quella lista? A me non doveva fregarmene niente, proprio niente, eppure quella maledetta curiosità, che ogni tanto appariva senza ragione, mi ha spinto a farmi indietro con la sedia per riuscire a sentire qualcosa.

Probabilmente stavano decidendo chi invitare a una festa. All uscita mi sono messo le cuffie ma non ho acceso la musica. Erano tutti eccitati. Il Sumero faceva finta di sciare. Si piegava come se facesse lo slalom. Dobosz gli è saltato sulla schiena e fingeva di strozzarlo. Non potevo sapere cosa stesse dicendo Alessia a Oscar Tommasi. Ma gli occhi le brillavano mentre guardava il Sumero e Dobosz.

Mi sono avvicinato a pochi metri dal capannello e alla fine è stato facile capire. Alessia li aveva invitati a casa sua a Cortina per la settimana bianca. Quei quattro erano diversi dagli altri. Si facevano gli affari loro e si capiva che erano amici per la pelle.

Sembrava che avessero intorno una bolla invisibile nella quale nessuno poteva entrare a meno che non lo volessero loro. Alessia Roncato era il capo ed era la ragazza più bella della scuola.

Ma non faceva la bona, non cercava di assomigliare a qualcuno, era lei e basta. Oscar Tommasi era magrissimo e si muoveva come una femmina. Appena parlava 17 tutti ridevano. Riccardo Dobosz era silenzioso e sempre accigliato come un samurai.

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Ma quello che mi piaceva di più era il Sumero. Non sapevo perché lo chiamavano cosi. Aveva la moto da cross ed era bravo in tutti gli sport, e si diceva che nel rugby sarebbe diventato un campione. Grosso come un frigorifero, le mani che sembravano di pongo, i capelli a spazzola, il naso piatto.

Secondo me se il Sumero dava un cazzotto a un alano poteva pure stroncarlo sul colpo. Per lui quelli delle classi inferiori erano un po come gli acari dei materassi. Esistono ma non livedi. Loro erano i Fantastici Quattro e io Silver Surfer. Il Sumero è montato sulla moto, si è caricato Alessia che lo ha abbracciato come avesse paura di perderselo e sono partiti sgommando. Anche gli altri studenti, piano piano, sono tornati a casa svuotando la strada.

Il negozio di dischi e quello di elettrodomestici avevano abbassato la saracinesca per la pausa pranzo. Ero rimasto solo io. Dovevo andare a casa, tra una decina di minuti mia madre, non vedendomi, mi avrebbe chiamato.

Ho spento il cellulare. Guardavo fisso le scritte fatte con lo spray fino a quando si sono sfocate. Macchie di colore sul muro di un palazzo. Se Alessia avesse invitato anche me avrebbero visto come sciavo bene. Gli avrei fatto scoprire dei fuoripista segreti. Io a Cortina ci andavo da quando ero nato. Conoscevo tutte le piste e sapevo un sacco di fuori- pista. Il mio preferito partiva dal monte Cristallo e arrivava fino al centro del paese. Si passava nel bosco, c erano salti incredibili, una volta avevo visto due camosci proprio dietro una casa.

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Poi potevamo andare al cinema e prenderci una cioccolata calda da Lovat. Avevo troppe cose in comune con loro. Che Alessia avesse una casa a Cortina non poteva essere una semplice coincidenza.

E poi ho capito. Anche loro erano mosche che facevano finta di essere vespe. Solo che erano molto più bravi di me a imitare gli altri.

Se fossi andato anch io a Cortina avrebbero capito che ero uguale a loro. Quando sono tornato a casa, mia madre stava insegnando a Nihal la ricetta dell ossobuco. Mi sono seduto, ho aperto e chiuso il cassetto delle posate e ho detto: - Alessia Roncato mi ha invitato a sciare a Cortina.

Mia madre mi ha guardato come se le avessi detto che mi era cresciuta la coda.

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Ha cercato una sedia, ha preso un respiro e ha balbettato: - Tesoro, come sono felice -. E mi ha abbracciato forte forte. Scusami un attimo -, Si è alzata, mi ha sorriso e si è chiusa in bagno. Che le era preso? Ho poggiato un orecchio sulla porta.

Piangeva e ogni tanto tirava su con il naso. Poi ho sentito che apriva il rubinetto e si lavava la faccia. Non capivo. Si è messa a parlare al cellulare. Nostro figlio è stato invitato in settimana bianca Vedi che non ci dobbiamo preoccupare Pensa che dalla gioia mi sono messa a piangere come una cretina, Mi sono chiusa in bagno per non farmi vedere da lui Il problema non era dirle che mi ero inventato tutto e che nessuno mi aveva invitato da nessuna parte.

Era umiliante, ma avrei potuto sopportarlo. Quello che non riuscivo a sopportare era la domanda che di sicuro sarebbe seguita. In camera, la notte, provavo a trovarne una.

Questa era l unica risposta che riuscivo a darmi. Ma sapevo che non bastava, sotto c era qualcosa che non avevo voglia di sapere. E quindi, alla fine, mi sono lasciato trasportare dalla corrente e ho cominciato a crederci. Ho raccontato della settimana bianca pure al Cercopiteco. Riuscendo ad essere sempre più convincente.

Ho arricchito la storia di particolari. Saremmo andati in un rifugio in alta montagna e avremmo preso l elicottero. Ho fatto un capriccio per farmi comprare gli sci, gli scarponi e la giacca nuova. E con il passare dei giorni ho cominciato a credere che Alessia mi avesse invitato davvero. Se chiudevo gli occhi la vedevo avvicinarsi.

Poi, un giorno, mentre stavo in camera con gli scarponi nuovi ai piedi, lo sguardo mi è finito sullo specchio attaccato all anta dell armadio e ho visto riflesso un ragazzino in mutande, bianchiccio come un verme, con le gambe che sembravano ramoscelli, con quattro peli addosso, con un toracetto e quei ridicoli cosi rossi ai piedi, e dopo mezzo minuto in cui lo osservavo con la bocca semiaperta gli ho detto: - Ma dove vai?

E il ragazzino nello specchio mi ha risposto con una voce stranamente adulta: - Da nessuna parte. Mi sono buttato sul letto con tutti gli scarponi e con la sensazione che qualcuno mi avesse scaricato addosso una tonnellata di calcinacci e mi sono detto che non avevo nessuna idea di come uscire da quel casino che avevo combinato e che se avessi ancora, anche solo una volta, provato a credere che Alessia mi aveva invitato, mi sarei gettato dalla finestra e amen e bye bye e arrivederci e grazie tante.

Era la via più semplice. Tanto avevo una vita di merda.

Devo dirle che non posso andare perché nonna Laura sta in ospedale e sta morendo di cancro -. Ho tirato fuori una voce seria seria e guardando il soffitto ho detto: - Mamma, ho deciso di non andare a sciare perché nonna sta male e se muore quando io non ci sono? Era un idea buonissima Mi sono tolto gli scarponi e mi sono messo a ballare per la stanza come se il pavimento fosse arroventato.

Saltavo sul letto e da li sulla scrivania piroettando tra computer, libri, la vaschetta delle tartarughine e cantando: - Fratelli d Italia, l Italia s è desta Uno slancio ed ero appeso alla libreria. Ma che facevo? Usavo la morte di nonna per salvarmi? Solo un mostro come me poteva pensare una cosa cosi brutta. Come potevo liberarmi da quella bugia che mi stava facendo impazzire? E improvvisamente ho visto la cantina. E dimenticata. Nella cantina faceva un bel caldo.

C era un bagnetto con le pareti macchiate d umidità. Lo sciacquone non funzionava, ma riempiendo il secchio nel lavandino potevo svuotare il gabinetto. Ho passato il resto della mattina sul letto leggendo Le notti di Salem di Stephen King e dormendo. A pranzo mi sono fatto fuori mezza tavoletta di cioccolata. Ero un sopravvissuto a una invasione aliena.

La razza umana era stata sterminata e solo in pochi erano riusciti a salvarsi nascondendosi nelle cantine, o nei sotterranei dei palazzi. Io ero l unico ancora vivo a Roma. Per poter uscire dovevo aspettare che gli alieni se ne ritornassero sul loro pianeta. E questo, per una ragione a me ignota, sarebbe avvenuto tra una settimana.

Ho tirato fuori dallo zaino i vestiti e due confezioni di spray autoabbronzante. Mi sono infilato gli occhiali da sole e il cappello e mi sono spruzzato quella roba in faccia e sulle mani. Ho aperto un barattolo di carciofini e me ne sono fatti fuori cinque. Lo squillo del telefono mi ha risvegliato da un sonno senza sogni. La cantina era buia. A tastoni ho raggiunto il cellulare e in bilico su uno scatolone ho cercato di avere la voce squillante.

Che ore erano? Ho guardato lo schermo del cellulare. Le otto e mezzo. Avevo dormito un sacco. Non c è male. Quanta neve ci poteva essere? Hai una voce strana. Tutto bene. Siamo solo noi. La mamma di Alessia è a casa.

E poi rivolgendomi a un cameriere immaginario: - A me A me quella con il prosciutto. Ci sentiamo domani. Lavati, mi raccomando. Non era andata male, me l ero cavata. Soddisfatto ho acceso la playstation per giocare un po a Soul Reaver. Ma continuavo a riflettere sulla telefonata. Mamma non avrebbe 20 mollato, la conoscevo troppo bene.

Quella se non parlava con la madre di Alessia poteva pure partire per Cortina. E se le raccontavo che la signora Roncato sciando si era rotta una gamba e stava all ospedale? No, dovevo trovare qualcosa di meglio. L odore d umidità cominciava a darmi fastidio. Ho aperto la finestra. La testa mi passava giusta giusta attraverso le sbarre. Il giardino della Barattieri era coperto da un tappeto di foglie marce. Un lampione spandeva una luce fredda che cadeva sul cancello nascosto dall edera.

Attraverso il verde riuscivo a intravvedere il cortile. La Mercedes di mio padre non c era. Doveva essere andato a cena fuori o a giocare a bridge.

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Sono tornato a letto. Mamma era tre piani sopra di me e sicuro stava stesa sul divano con i bassotti arrotolati sui piedi.

Sul tavolino il vassoio con il latte e il ciambellone. Si sarebbe addormentata li, davanti a un film in bianco e nero. E mio padre, tornando, l avrebbe svegliata e portata a letto. Mi sono messo le cuffie e Lucio Battisti ha cominciato a cantare Ancora tu. Me le sono tolte. Odiavo quella canzone. L ultima volta che avevo sentito Ancora tu ero in macchina con la mamma. Stavamo fermi in fila su corso Vittorio. Una manifestazione aveva bloccato piazza Venezia, e come calore l ingorgo si era irraggiato, paralizzando il traffico del centro storico.

Avevo passato la mattina nella galleria d arte di mia madre ad aiutarla a sistemare i quadri di un artista francese che avrebbe inaugurato la settimana successiva. Mi piacevano quelle enormi fotografie di gente che mangiava sola in ristoranti affollati. I motorini facevano slalom tra le macchine ferme. Sopra i gradini di una chiesa dormiva un barbone imbustato dentro un sacco a pelo lercio. Sacchi della spazzatura gli fasciavano la testa.

Sembrava una mummia egizia. Ma che sta succedendo? Ti piacerebbe vivere in campagna? E se la comprassimo a Komodo? Sono delle lucertole enormi che possono mangiarsi pure una capra viva o un uomo con problemi articolari.

E vanno velocissimi. Potremmo addomesticarli. E usarli per difenderci. Mia madre ha sorriso e ha aumentato il volume dell autoradio e si è messa a cantare insieme a Lucio Battisti: - Ancora tu.

Non mi sorprende lo sai Anche io mi sono messo a cantare e quando è arrivata la strofa: - Amore mio, hai già mangiato o no? Ho fame anch io e non soltanto di te, - le ho preso la mano come un amante disperato.

Mia madre rideva e scuoteva la testa. Che scemo Mi sono accorto di essere felice. Il mondo oltre i finestrini e io e mamma in una bolla nel traffico. La scuola non c era più, i compiti nemmeno e tutti i miliardi di cose che avrei dovuto fare per diventare grande. Ma a un tratto mia madre ha abbassato la radio. Guarda quel vestito in quella vetrina. Che ne dici? Forse è un po discinto? Mi ha guardato sorpresa. Da quando usi questa parola?

C era una che dicevano che aveva un vestito discinto. E come per magia, davanti a noi un fuoristrada ha liberato un parcheggio.

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Con una sterzata d istinto mia madre ha fatto per infilarsi nel posto libero. Un colpo secco contro la carrozzeria. Mamma ha schiacciato il pedale del freno e mollato la frizione. Io sono schizzato in avanti, ma la cintura di sicurezza mi ha trattenuto alla poltrona. La macchina si è spenta singhiozzando. Ho girato la testa. Una Smart gialla era appiccicata alla portiera posteriore della Bmw.

Ci era venuta addosso. Che palle! Anch io mi sono sporto. Sulla fiancata della Bmw neanche un graffio e nemmeno sul muso da bulldog della Smart. Dietro il vetro della macchinetta era appoggiato un millepiedi di peluche bianco e azzurro con scritto LAZIO.

Poi mi sono accorto che alla Smart mancava lo specchietto sinistro. Dal buco dove una volta era attaccato pendevano fili elettrici colorati. Lo sportello si è spalancato e ha estroflesso il tronco di un uomo che doveva essere alto un metro e novanta e largo ottanta centimetri. Mi sono chiesto come facesse a entrare in quella scatoletta.

Sembrava un paguro che allunga la testa e le chele fuori dalla conchiglia. Aveva gli occhi piccoli e azzurri, un frangettone corvino, una dentatura equina e l abbronzatura color cacao. Il tipo è sceso e si è accucciato accanto allo specchietto. Non lo toccava nemmeno, come fosse un cadavere che aspetta la scientifica. Quello non si è voltato nemmeno, ma ha risposto: - Che è successo?! Vuoi sapere che è successo? Attraverso il vetro ho visto il suo tailleur color albicocca macchiarsi di pioggia.

Alcuni pedoni, sotto gli ombrelli, si sono fermati a guardare. Le macchine intorno a noi cercavano, strombazzando, di superare l ostacolo come formiche di fronte a una pigna.

A una trentina di metri un autobus ha preso a suonare. Io, in macchina, vedevo gli sguardi della gente su mia madre. Ho cominciato a sudare e a sentire il respiro che mi mancava. Forse ci dovremmo spostare, - ha suggerito mia madre a quello. Ma quello non sentiva, continuava a fissare il suo specchietto come se con la forza della mente avesse potuto riunirlo all auto. Allora mia madre si è avvicinata e con un leggero senso di colpa e finta partecipazione gli ha domandato: - Ma com è successo?

La pioggia mischiandosi con il gel aveva reso luccicanti le ciocche dell uomo, rivelando un principio di calvizie proprio al centro del cranio. Non avendo ricevuto risposta, mia madre ha aggiunto più piano: - È grave?